La deuxième journée

Accolgo il calore del mattino, entra piano,

l’aria quieta si innesta sulla pelle,

dalla finestra sul balcone essenze legnose

condividono gli strati di interpretazione.

La casa è uno stato di apparente difesa,

muovo il senso delle barriere

entrando dai passaggi socchiusi, inspiro

ed uscendo dalle porte spalancate, espiro.

In direzione dello scorrere delle ore,

giro la chiave dentro la toppa, lo scatto

è un lieve scarto di tempo, è meta.

Metà giorno. Gli scalini scricchiolano,

lo scandire dei passi nella discesa, vado

nello senso della chiave, cinque giri,

stavolta è apertura di pensiero, mitigato

dal movimento delle porte, le ultime due.

La strada è cosparsa dell’odore di pane caldo,

dal profumo della frutta sui banchi,

il passeggiare porta via queste sensazioni.

Montmartre è imponente nella sua semplicità,

le salite, le discese, le persone affaccendate,

il parco, la scala di pietra bianca, altre persone

in sintonia d’istanti distesi sull’erba,

al sole di queste prime giornate estive.

Immergo nella città, nella strada chiassosa,

nelle parole dei venditori, nelle scritte luminose.

Dirigo questa orchestra immaginaria,

nel silenzioso avanzare lo spazio assume

le proporzioni delle strisce pedonali,

colorando la condizione del tempo in avanzo

attingendo dai semafori sparsi, dalle luci e ombre.

Le nuvole tagliano l’azzurro, distese

sugli occhi, sopra i palazzi alti dai tetti spioventi.

Ancora colori, colori sbiaditi sugli intonaci,

sugli stralci di vite. Una madre gioca col figlio,

nascosta dietro un muro, il bimbo passa correndo,

supera il sorriso, è un incanto vestito di blu intenso,

gira nella viuzza, la madre rincorre contenta.

Guardo di sfuggita nell’ombra, qualche tavolo

attorniato da sedie, la madre e il figlio vicini,

tornano a casa, io credo. Un arco sorregge il cielo,

ai suoi piedi è seduto un mendicante. Muove

l’infinito fluire di questa città, di queste genti.

Ed io fra tutto questo vorticoso senso di quiete.

La piazza è enorme, la giostra gira sgargiante,

sono all’angolo, attendo, c’è il suono d’una fontana,

sono libero di scegliere, resto ad osservare.

Mangiamo in un ristorante, del pesce islandese,

beviamo un caffè ad Istanbul, attraversando l’Europa,

abbiamo mosso pochi passi per trovare noi.

Lascio la scala vuota della metropolitana, riprendo,

riprendo la metropoli, al mio fianco un sorriso.

Il ricordo dei pochi momenti trascorsi, gocce di pioggia

L’hotel de ville, dalle statue ossidate dalla pioggia,

imponente coi suoi fregi d’oro e le grandi finestre,

è tappa di ritorno, seguo il mio orientamento.

Seguo i cartelli per strada, perseguo la scoperta,

fra le vie percorse, altre simili ma nessuna uguale,

immagini dipinte sui muri, agli incroci bistrot e negozi.

(Parigi è la settantacinquesima città della Francia, in ordine alfabetico.

Nell’ordine naturale delle cose essere se stessi vuol dire restare dove la storia colloca il nostro destino.)

La camera blu – Pablo Picasso

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Pablo_Picasso

Informazioni su franzpoeta

Amo gli sguardi. Napoletano emigrato a ovunque sia.
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