Rêve d’une nuit de mi-hiver

Questa storia l’ho scritta in una notte di pioggia, fuori il vento sbatteva i vetri delle vecchie finestre. Tu eri lì, nulla era compiuto.

Tutto accadde in un battito d’ali, rapido e indolore. Fuori il vento fischiava un motivo incomprensibile. Il sole entrava gentile dalla tenda socchiusa. La scrivania in mogano, la stanza in penombra, il dondolio della sedia alle mie spalle. Nel terzo cassetto conservavo il rasoio regalatomi da mio nonno, almeno una volta al giorno aprivo per sentirlo scivolare fra le mie dita. Ascoltavo il ticchettio del vecchio orologio in corridoio. La casa era vuota, i lunghi corridoi, la carta da parati beige con un motivo del Iris marrone. Il solo quadro appeso in casa: una ragazza giovane, l’espressione tranquilla, l’abito vittoriano rosso scuro con strisce di merletto alle maniche, la pelle chiara, i capelli neri, gli occhi verdi, una quercia nodosa alle sue spalle, una foresta di rovi e la luna in un velo di nuvole. Presi una penna dal bicchiere scheggiato.

C’è anche adesso nella mano la sensazione di tremolio, nello scrivere il tuo nome sul foglio ingiallito, stanotte l’ho posato sul pavimento.

Quella notte avevo bevuto un bicchiere di grappa in più e di solito già uno è troppo, girovagavo con la testa e di stanza in stanza. Le gambe malferme seguivano le orme lasciate nella polvere. Il parquet al primo piano, le porte di legno, i mobili dallo stile sobrio. Venature correvano in tutta la casa. Le grida vennero dalla strada, le foglie seguivano il vento, gli alberi menavano lamenti, lo spazio nel mio sguardo era vuoto. Niente auto. Entrai nel gran salone in penombra, alla fine del corridoio. Le mura erano sature da una patina visibile soltanto a me, il passare dei decenni. Una donna dai capelli castani correva dentro al parco. Ero ritornato alla finestra della mia camera da letto, stavo lì inchiodato e non riuscivo a staccare gli occhi dalla città oltre il ponte. I grattacieli grigio acciaio erano dita intente a ghermire le nuvole, il sole era scomparso, i fulmini irrompevano a punire i peccatori e i santi. Si sradicarono i primi alberi dalla terra, volarono verso le nuvole striate d’argento, scoppiavano in cielo riducendosi in migliaia di schegge, diverse si conficcarono nel mio corpo, dopo aver fracassato il vetro. Anche i pezzi di vetro furono parte dell’incubo. Inclinando la testa verso il pavimento creavo forme con le schegge di legno, i pezzi di vetro e le gocce di sangue che lentamente macchiavano il pavimento venivano assorbite dalla polvere. Un furtivo raggio di luna si riversò sul pavimento, riempiendo la stanza di splendidi riverberi rossastri. Pensai improvvisamente alla giornata, a com’era iniziata, a tutte le giornate antecedenti, alla grande casa, alla polvere di cui tutto era ricoperto. La donna, lei gridava ancora, o il suo grido era un eco, non riuscivo più a vederla. Sul resto della città gravava il finimondo, o una guerra, o soltanto un incubo.

Smuovo la coperta, ho caldo, la smuovo ancora, tolgo dal viso, ingollo l’aria fredda di gennaio. La luce del lampione entra nel mio campo visivo. Il tepore esce dalle coperte, osservo uno spicchio di cielo stellato, limpido, sereno. Per un attimo rivedo i tuoi occhi ma li perdo dentro un sorso di grappa. In fondo a questo vicolo vivo tutte le mie notti, di giorno girovago in cerca, ma in fondo non va così male. Nella tasca ho qualche spicciolo per la prossima bottiglia il ricordo dei tuoi occhi il mazzo di chiavi di una vecchia casa di cui non ricordo l’indirizzo e qualche storiella alla quale nessuno crederà mai.

(Questa storia è di pura invenzione. Ne scriverò una ogni tanto, chissà se avranno un filo logico.)

Foto mia – Porte de la Villette, Parigi

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Allée et retour

Il cielo plumbeo,

sopra i comignoli

aggrappati ai tetti,

le finestre chiuse

lasciando fuori vasi

con foglie penzoloni

di piante spente.

(Affrontiamo gli inizi come un tempo intermedio fra uno sguardo ed un sorriso.)

– foto di Repertorio

Foto mia – Piramide del Louvre

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Troyes janvier

Le scintille

i quattro angoli del tavolo

il grigiore dicembrino

il fiume

la bruma

la coperta sul letto

i cuscini del divano

gli addobbi d’una festa

i marciapiedi

le pareti bianche

un ramo verde d’albero

e per continuare

un retino da pesca

un giubbotto di salvataggio

una buona bottiglia

le note…

Ricordi, alla rinfusa,

appoggiati qui e là,

fra un bacio e una carezza.

(Di vino e di amici accompagniamo il sentiero nella foresta.)

Foto di un riflesso e del silenzio generato da esso – Champagne Ardenne

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L’histoire au début

Ricordo, il primo giorno di cui ho ricordo. Correvo per casa, era un giorno di sole. Non ricordo quale stagione fosse ma rientravo da fuori in calzoni corti. Doveva essere mattina. Correndo andai al mio lettino, che era ancora una culla. Si entrava dalla cucina, nella quale si accedeva dal balcone. Stavamo al primo piano, c’era bisogno di salire una rampa di scale, tutta dritta e coperta. Di sfuggita, entrando nella cucina, prima di svoltare a sinistra per entrare nella mia camera che era anche la camera dei miei genitori, vidi, a destra, oltre il grande tavolo di marmo, mia madre intenta fra il lavello e la cucina. Ero un bambino e giocavo, o forse no. Ricordo che correvo e la vidi, così, di sfuggita.

(Amiamo con tutte le forze e senza alcun forse!)

Foto di una pasta di pane e di un ricordo.

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Pezzi di vetro

Le métro passe vite

travers la ville bouleversée

chargé de rêve et d’espoir

des vies des gens

contenues dans ses wagons

qui tremblent sur le rail

au bout de la nuit joyeuse…

(Donnez des moments doux en ne prétendant pas plus de une étreinte.)

Foto mia di un qualche posto in riva al mare

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La porte sur le toit

Per me è alba quando sono in piedi,

anche se fuori è notte e attendo quieto

il primo chiarore, i primi suoni.

Per me è alba il cielo, oltre la finestra,

sulla città ingarbugliata, nelle sue strade,

in tanti piccoli sorrisi, illuminanti per qualche sogno.

Per me è alba l’odore di ieri ancora sulla pelle,

il bicchiere di caffè sul tavolo, le briciole dei biscotti,

i pensieri che vanno e vengo come treni ad una stazione.

Per me è alba l’insieme di tutti gli attimi, da comporre,

come tasselli di un rompicapo, come note,

passi compiuti sul filo di un racconto fantastico.

(Diamo le risposte e gli abbracci e non pentiamocene mai!)

Foto mia – Sanità, Napoli

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Souvenir de Bretagne

Le giornate grigie, fatte d’argento e grazia.

Il maglione rosso, in controluce su una tenda bianca.

Lo scatto della vecchia macchina fotografica, clic.

Gli stadi di leggerezza nel soffio di un abbraccio…

(Protendiamoci per donare, carezze e lunghe passeggiate in riva al mare.)

Foto mia – Cote d’armor

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L’arnaque

Il posto lasciato vuoto,

alle parole sparse in ordine

sulla tavola che è interposizione.

Fra i libri sugli scaffali,

all’interno di ogni giudizio,

i numeri diventano stelle, notturni.

Sono sogni oltre la balaustra.

(201 a 189, gagner une partie au Scrabble parfois c’est tout!)

Foto mia di un altrove – Parigi

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Il y a du temps

Sono le stille di pioggia

a posarsi leggere sui vestimenti

attraversando la strada

in un subire di vento dicembrino

e le persone stranite

in una Parigi socchiusa

dalle proteste ferme sui cardini

scivolano sui loro pensieri,

con gli addobbi delle feste, sparuti,

come gli spogli alberi d’inverno.

(Scopritevi con gli animi leggeri, amando con il coraggio degli eroi.)

Foto mia in una Parigi surreale.

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Je n’ai rien à cacher

Ma tu, nel tuo vivere notturno,

raccogli note lungo il cammino,

attendi i tuoi sogni sublimi,

l’appartenenza ai nugoli di stelle,

in uno strepito di emozioni,

che è fracasso di mare a riva,

immergi lo sguardo nelle intensità

degli occhi riflessi allo specchio.

Fuori la città sonnolenta vive,

in un eterno girovagare in se stessa,

e tu muori per tutti gli attimi infiniti

che non potrai vivere mai più.

Neanche in una prossima vita…

(Sentitevi meritevoli e poi rendetevi tali!)

– foto di Repertorio inedita scattata da un vero amico

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Le compte

La pluie qui tombe,

le silence qui s’en fiche,

la musique entraîne l’espace à s’expandre,

tout va plus loin que il peut…

(lasciate ai cuori solitari il riparo degli abbracci spontanei.)

https://m.youtube.com/watch?feature=share&v=Nbe5RERDh4k

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Une petite étoile

I vicoli di Napoli, percorsi

dall’aria fredda di novembre

dai sogni irrequieti, segni

fra gli svolazzanti adorni

di ballerine sinuose.

I cieli di Napoli, condivisi,

dalle fioche luci, gli intensi di stelle,

fra i lembi di manifesti sbiaditi

in cerca di attenzioni, resti

incantati dalle voci impetuose.

I palazzi di Napoli, imponenti,

silenziosi, cadenti, maestosi,

regni perduti in un senso antiorario,

giganti di tufo, mitigati dal tempo,

mentre il tutto si stende leggero.

Il mare di Napoli, sbatte gli scogli,

crea spuma, disegna universi

grandi quanto un abbraccio

di frontiera, fra due corpi

fatti di acqua e cielo e lava.

I sapori di Napoli, invadono.

In movimento fra le crepe dei muri,

descrivendo storie di mondi, d’amori,

di note sullo scaffale di un bar.

Passi fluidi nel pieno di un giorno di sole.

(La grandezza delle cose è scandita dagli attimi resi eterni…)

– in essenza de La Belle Époque Tango Marathon

Foto mia – Napoli Sanità

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