Rêve d’une nuit de mi-hiver (acte II)

Quindici. Erano gli scalini per salire al primo piano. Ogni sera parto da casa, per una nottata in obitorio. Guardiano notturno, al tramonto entrando saluto gli ultimi ad uscire. A volte il sonno vince la sua battaglia e, seduto sulla poltrona davanti ai monitor, vago verso quegli incubi in agguato anche al risveglio. Ieri sera il medico legale uscendo si è rivolto a me per la prima volta – “Buonasera Michele, per favore, cerca di restare sveglio stanotte.” – ed io “Buonasera Dottore, scusi. È successo soltanto un paio di vol…”, ma non si è neanche fermato. Qualche minuto dopo ero al mio posto, la telecamera sul parcheggio l’ha inquadrato che ancora armeggiava per aprire la sua vecchia auto. Quando lo sportello si richiuse, seduto al posto di guida lancia uno sguardo nella mia direzione, ho creduto stesse guardando me, come fossi dietro il vetro di una finestra. In quel momento il mio cuore pulsava regolare, eppure il sudore aveva iniziato ad imperlare la mia fronte. Il dottore mise in moto andando via lentamente, troppo lentamente. Alle due avrei voluto trovarmi altrove, avrei gridato se avessi potuto. Con gli occhi spalancati guardavo il monitor. Dormivo certamente. Il corridoio bene illuminato era vuoto, le mura bianche, il pavimento grigio, l’armadietto rosso del kit antincendio. Fissavo il corridoio vuoto, tutto era normale, non fosse stato per il silenzio assoluto e la mia completa impossibilità a muovermi. Guardavo attorno a quel monitor, c’erano altri per le varie stanze, gli uffici, le camere mortuarie. Tutto era in ordine, tutto era normale, anche se continuavo ad essere paralizzato. C’era il silenzio, neanche il mio respiro riuscivo ad intendere, neanche il televisore che accendevo per accompagnarmi fino all’alba. Cominciai ad osservare i monitor, l’ufficio del dottore aveva una grande scrivania posizionata quasi al centro della stanza, dietro c’era una grande finestra, le librerie ai lati, teneva libri anche a terra, attorno alla sua poltrona. La tenda dell’ufficio lambiva la poltrona, come avesse lasciato la finestra aperta. Strano perché il regolamento esige sia tutto chiuso quando nessuno lavora. Lavoravo io ieri notte. Il riverbero degli schermi illuminava appena la stanza. Dormivo, perché la luce era spenta ed io l’avevo lasciata accesa. Pensando fosse un sogno ridivenni tranquillo. Il corridoio continuava ad essere normale, tranquillo. Così l’ufficio del dottore. Così la camera mortuaria… così il letto con il lenzuolo sopra, dove vedevo un abbozzo di figura umana. Erano le due e trentasette, in alto a destra dei monitor compare data e ora. Sentii freddo, silenzio e lo stato d’angoscia aumentare. Cominciai a vagare fra i monitor, il corridoio sembrava meno illuminato. I miei occhi muovevano dall’uno all’altro. La scrivania del dottore venne attraversata da un raggio di luce lunare, bianca e candida, fredda. Un libro aperto a cui si muovevano le pagine ogni qual volta la tenda lambisse la poltrona. Un odore acre di fiori marciti entrò nelle narici. La telecamera sul parcheggio inquadrò di sfuggita le ombre dei bidoni della spazzatura, la porta sul retro da cui entravo ogni sera, i lampioni lungo le file dei posti auto, la recinzione. Il cuore batteva molto velocemente, potevo sentire il rimbombo nel cervello, continuavo a non potermi muovere. Anche adesso, qui al buio, non riesco a muovermi. Deve essere andata via l’elettricità, non vedo ne i monitor, ne la piccola scrivania davanti a me. Adesso riesco ad ascoltare i suoni, oltre la porta qualcuno parla ad alta voce. Adesso riesco a percepire il mio corpo, sono sdraiato. Grido “aiuto”, grido forte, ascolto la mia voce, qualcuno deve sentirmi. Qualcuno sente, apre la porta, vengo portato fuori e messo su di un letto freddo, sembra di ferro. Qualcuno dice “Morto nel sonno.” ma io sono qui, “aiutatemi” grido. Adesso la stanza è ben illuminata, attorno a me dei ragazzi, tirocinanti dell’università. Il dottore prende il bisturi. Io grido “Aiuto!”, lui per un attimo sembra fissarmi, adesso sappiamo entrambi di esserci guardati negli occhi, sorride. Tutti attorno a me, come a un banchetto… ed io sono la portata principale.

(Questa storia è di pura invenzione. Ne scriverò una ogni tanto, chissà se avranno un filo logico.)

Foto mia – Canal St. Martin / Parigi

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