Mon Grand Père

È stato l’unico schiaffo ricevuto da mio nonno. Credo di non aver mai raccontato a mia madre questo episodio, mai a nessuno prima di oggi. Avrò avuto sette otto anni. I miei nonni abitavano in una vecchia casa a corte al centro del paese, nella parte interna c’è un capannone, ne vecchio ne nuovo per l’epoca, lì dentro vendevano le bibite. Sulla parte destra entrando nella corte c’è un alto caseggiato, lì c’era la fabbrica di gazzose. Oggi della fabbrica non resta più del ricordo, solo l’alto caseggiato, i macchinari furono smontati e venduti non molto tempo dopo la scomparsa dei miei nonni. Una coppia all’antica i miei nonni, insieme una vita intera e morti a non molta distanza di tempo l’una dall’altro. La casa è cambiata ma ancora in piedi e, dopotutto, quasi come allora. Mio nonno era un uomo alto e slanciato, all’epoca ancora nel pieno delle sue forse, malgrado l’età, lucidissimo finché i farmaci per curare la malattia fecero vacillare la mente con delle allucinazioni. Mia nonna era la classica matrona di quei posti, di fine anni ottanta, più milleottocento che di quel millenovecento, un po’ bassa a dir il vero, o forse La ricordo così perché in contrasto con l’altezza del nonno. Ricordo entrambi con estremo affetto, vorrei aver appreso di più da loro due. Apprendere, in questo caso,  sarebbe stata una gioia anche per quel bambino com’ero io, eppure sono andati via troppo presto. Mia nonna quando appena cominciava a sbocciare la mia giovinezza, la mia adolescenza. Quel giorno, quello in cui ricevetti lo schiaffo da mio nonno, lo ricordo, o forse lo immagino soltanto, con estrema nitidezza. Era un classico giorno autunnale, uno di quei giorni simili alle giornate estive ma un po’ più freddi. Noi nipoti, io ed i miei due cugini, giocavamo nel cortile. Noi giocavamo sempre nel cortile, perlopiù a calcio ed io stavo sempre in porta, ero un bravo portiere credo, non cercavo di evitare il colpo, anzi, lanciavo il corpo in quello spazio chiuso soltanto nella mia immaginazione, i pali erano due pietre di fortuna messe ai lati e la rete un muro della fabbrica di gazzose. Pubblico non ne avevamo però esultavamo come se fossimo allo stadio. Giocavamo in tre, io ero il portiere di entrambi, dovevo parare i tiri di entrambi, mentre loro cercavano di tener ognuno la palla per se e cercare il momento di calciarla in porta, dovevo essere sopra le parti proprio come un giudice imparziale. Ma forse era il contrario, non dovevo essere imparziale ma lottare per me soltanto, dimostrare di essere all’altezza di non farmi fare goal. Del resto ero soltanto un bambino, cosa potevo saperne di giustizia. Quel giorno, quello in cui ricevetti lo schiaffo da mio nonno, giocavamo al calcio come noi sapevamo dare. Venne questa signora a comprare una bottiglia di Coca-Cola, noi staccammo subito dal pallone per giocare a fare i venditori di bibite. Avevamo voglia di sentirci grandi, mentre adesso non so quanto di quella voglia c’è ancora. Mio nonno stava in cucina, o lì fuori seduto, questo non lo ricordo bene, almeno non quanto il suo passo flemmatico per dirigersi verso il capannone. Nel frattempo avevamo già concluso l’affare ed intascato i soldi. La signora era appena andata via, il pallone giaceva in mezzo al cortile, avevamo fretta di tornare a correre appresso a noi stessi, mio nonno avvicinandosi a me pose la sua domanda, nella quale già sottintendeva una affermazione, qualcosa sul tipo di “Ti sei fatto dare la bottiglia vuota?” ma con un tono che già interrompeva il mio articolare con un secco “dove sta?” che avrebbe voluto essere un “NO!”. Stavo ancora con la bocca e la testa vuota di suoni che fossero risposta, sbigottito dal suo essere tanto diretto e quasi aggressivo. Il vuoto della bottiglia nella cassa assieme agli altri, a nulla valse il subitaneo prodigarsi di mio cugino nel mostrargli quanto chiedeva. Quella bottiglia restò nella mano di mio cugino mentre la mano di mio nonno già si era posata sulla mia guancia sinistra. Eravamo in tre ma vanne verso di me, in quel momento non gli venne in mente che magari a sbrigare tutto era stato uno dei miei cugini, in quel momento eravamo soltanto io e lui, ed io a suo giudizio avevo sbagliato. Forse quello schiaffo voleva essere un insegnamento: stai attento a non dare senza ricevere, che sia amore, soddisfazione personale, quiete per aver dato, o una bottiglia vuota per una piena, in caso contrario riceverai uno schiaffo. I soldi, beh, quelli vanno e vengono, eppure gli vennero dati, da me, ancor prima di aver ricevuto lo schiaffo. Ancora oggi credo nel potere pedagogico di un ceffone quando è motivato dalla volontà di insegnare, anche erroneamente. Non credo per questo di essere un uomo violento, come non credo quello schiaffo abbia causato un qualche trauma infantile, lo ricordo soltanto perché è stato l’unico.

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Amo gli sguardi. Napoletano emigrato a ovunque sia.
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