Cauchemar métropolitain 

Incubi metropolitani
Un passo, la porta si richiuse un paio di centimetri dietro. Un piccolo sobbalzo, il treno si mosse, come un vecchio con delle scarpe pesanti e un bastone, c’era odore di rancido. Qualche sogno era morto, in attesa di un vagone abbastanza ampio da contenerlo o solo di un abbraccio. La stazione sotterranea era cupa, deserta, i muri imbrattati, le panche vecchie, eppure la linea aveva appena tre anni, sotto un manifesto un samovar fumante spargeva un fumo denso ad incensare l’immagine di un icona del dio denaro; questo mentre su le rotaie scorrevano treni. C’era odore di rancido e di dolce alla cannella. Un vecchio seduto, grigio lui e i suoi vestiti che forse prima, tanto tempo prima, erano stati di colori sgargianti, ma quella notte era soltanto un barbone su un treno della metro di Napoli, terzo sedile partendo dal fondo. Un ragazzo attaccato alla sbarra, tuta strappata e logora, capelli unti, neri e mossi, occhi cerchiati di scuro, sorriso lieve, i denti marci, anello d’oro, orologio pure d’oro. Il treno andava veloce, eppure, eppure vedevo la galleria, i tubi, i cavi, i tralicci, tutto muoveva in ugual senso ma a velocità differenti. Il treno andava veloce. Il vecchio mosse una gamba e la sentii scricchiolare, si, come fosse un asse di legno sul quale qualcuno camminava, pensai di aver bevuto ma ero astemio, lo sono anche adesso. La luce, era fioca ma ben distribuita, ad un tratto il buio, questo manto impenetrabile, colse il vagone, sembrò come se tutto accelerasse. Quando tornò, la luce fu uguale a prima, né più intensa né più fioca. Alla mia destra una signora grassa, vestita di nero, un fazzoletto rosso scuro al collo, gli occhi verdi, intensi come due foglie viste attraverso il vetro in un giorno di pioggia, la fronte madida di sudore, i capelli appiccicati, le mani accartocciate una nell’altra, e i piedi neri, putridi, sporchi di fango e sangue. Rabbrividii. Ficcai la testa nel libro e cominciai a leggere, piano camminavo nello scompartimento. Nello scomponimento di me stesso. Trasalii al passare della luce fra i vetri, un’ombra, soltanto un’ombra, sentivo il respiro pesante, il mio, il passo incespicare, il mio, e le grida, due tre voci diverse, dietro di me, lontane di poco. Assordante terrore. Nessuno si avvicinava, la carrozza cominciò a diventare stretta, si allungava, dilatava la distanza fra me e lo scomparto dopo. Attorno a me il vuoto. Non c’erano più sbarre alle quali sorreggersi.

Io, il metronotte, uscito da casa un’ora prima, diretto al lavoro, la strada buia, una sottile brezza entrava sotto gli indumenti, la strada buia è il mio posto di lavoro. Avevo attraversato il vicolo, attorno palazzi di inizio novecento, alti, enormi, da mozzare il fiato, in uno vivo io assieme alla povera gente, scampati ai bombardamenti della seconda guerra, muri scrostati, scalcinati. Una palazzina chiusa da strisce bianche e rosse, gli stranieri dormono senza pensare che se era buona allo scopo anche noi saremmo andati, e forse qualche decennio fa lo avremmo fatto come loro, noi eravamo loro. Mentre camminavo lasciandomi alle spalle via Caravaggio vidi ancora una volta la carcassa d’auto sventrata dai ladri e dal fuoco, lì da un mese malgrado la polizia di ronda, raramente, eppure l’auto prende ruggine, invecchia. A pochi metri un cumulo di immondizia, proprio alla fermata dell’autobus, dove l’altro giorno vidi le persone in attesa del mezzo, formavano un tutt’uno col panorama, sacchi e persone. La strada è signorile, le palazzine son lì dagli anni ’60, i negozi misti, da vestiti a buon mercato a qualche atelier, un minimarket, il chiosco dei giornali dove ho comprato un libro di E. A. Poe e più su quello della limonata, aperto fino a tarda ora. Quella notte c’era malinconia, tristezza, solitudine, una scritta sul muro entrando nella metro recitava “sei il mio sogno, Aurora”. Tenevo il libro in tasca. Volevo dormire, pensando questo lo presi, per tirarlo fuori strattonai con forza, era incastrato nella tasca posteriore dei pantaloni, cominciai a leggere in fretta quelle pagine piene di incubi. Il vecchio treno si fermò sferragliando, più vecchio io e lui ogni giorno. L’avrei ripreso al ritorno ancora più assonnato, come in sogno, compagno di viaggio fino al mattino.

Tremavo, ricordai di aver tremato così in attesa di una punizione di mio padre a undici anni, in quel momento avevo trentaquattro anni e una pistola con me, e tremavo. Sentivo, con tutti i miei sensi, lo sfinimento, la compassione, l’odore dei corpi e dei fiati, intorno a me, in circolo. Il ragazzino, abominevole, giallo come il piscio, gli occhi iniettati di sangue, il viso sporco di corteccia marcia, la bava alla bocca e un lamento continuo, il vestito antico ma pulito, la cravatta stringeva il colletto e sotto c’era una cicatrice tenuta insieme da un filo grosso e sfilacciato, le mani, non ne aveva. La vecchia sorrideva con due fila di denti aguzzi, alla mia destra, le grosse mani ai fianchi, le unghie anch’esse aguzze e sporche, come i denti, come la veste, come le impronte dal suo posto a me, e il suo respiro, come quello di un cane dopo una corsa, con la lingua tranciata si, tra i denti. Il mio respiro, veloce, pesante, e la bocca asciutta fino ai polmoni. La madre, presumo sia stata una madre, il viso era materno, il corpo era materno, i capelli sottili e biondi, lo sguardo perso oltre me, diretto alle mie spalle o solo oltre il mio corpo, oltre il suo incubo, il quale era anche il mio, gli occhi di vetro grigio e due grosse lacrime, il seno perfetto nel suo abbozzo, il ventre, il ventre svuotato, il vestito da sera, forse arancione una volta, attaccato al corpo, attaccato alle costole e proprio dove doveva esserci il ventre era vuoto, come una porta aperta coperta da un telo che era il vestito. Il metronotte, si, la divisa era quella, di un modello vecchio di qualche decennio, ne ricordavo una uguale vista da bambino, forse allora decisi di diventare quello che ero, ma questo era asciutto, segaligno, la testa rasata, il viso rasato, tante vene blu sotto pelle, lo sguardo infossato, le labbra in movimento, veloci, veloci quanto le mani tremanti, veloci quanto quel viaggio, gli mancava una gamba eppure si sorreggeva, vedevo colare liquido scuro eppure si sorreggeva, fino al ginocchio c’era, il pantalone bruciato in quel punto, ed era a venti centimetri dal mio occhio destro il suo viso, vedevo una targhetta, il suo nome era il mio. Il vecchio, si, ricordo bene tutto di lui, ricordo tutto di quella notte ma lui, lui era lì in attesa, aspettava un mio grido, un grido impossibile perché bloccato in gola dal terrore, i suoi occhi non erano assenti prima del buio, il viso paterno e i capelli bianchi e radi, ma poi lo sguardo divenne cattivo, fissava la mia faccia, vidi la camicia macchiata di scuro di fango di caffè di morte ma stesa come appena stirata, la giacca di tweed a quadri, un fondo beige sul quale si alternavano strisce verdi e rosse, colori scuri, spenti, impolverati, i pantaloni marroni, ai piedi due mocassini logori, e le mani, di nuovo le mani, scarne sottili avvizzite. E quell’anello d’oro bianco, la croce al rovescio e i due serpenti che l’ingoiavano, tutto un pezzo, con la carne, anche. La voce crepitava, era un fuoco divampato fra le costole da cui veniva una domanda “perché non fuggi?” ripetuta all’infinito. Le tempie, il dolore intenso, il battito del cuore spinto nel cervello, fino a quel pensiero. Le gambe inchiodate, vedevo i due spuntoni di ferro e il sangue uscire scuro e denso, l’odore colpiva lo stomaco, solo il dolore non sentivo. E abbassare lo sguardo fu il mio errore. Vidi una mano infilarsi nel mio petto e tirarne fuori il cuore, non era più mia proprietà, forse non lo era mai stato, vidi il luccichio dell’anello. Mi svegliai con l’alba infilata fra i vetri del vagone, non ero andato al lavoro, ero vivo, l’aria era fredda e umida sferzava il mio viso e le mani insanguinate.
Ospedale psichiatrico Sant’Antonio Abate

Teramo, marzo 1998

(Il tempo passa, le parole restano sospese sui binari di scambio!)

– un racconto di qualche anno addietro –


Save the land – Nyoman Masriadi
https://en.wikipedia.org/wiki/Nyoman_Masriadi?wprov=sfsi1

Informazioni su franzpoeta

Amo gli sguardi. Napoletano emigrato a ovunque sia.
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