Sans Chaussures 

“Scendi giù, scendi giù mio piccolo Henry Lee e passa la notte con me.”
Di fronte nel grande giardino, le mani a sfiorarsi, i capelli in un cercarsi di vento, le iridi diventate lumi di grigia consistenza e di nuvole e costellazione di Andromeda e Cassiopea, li il grande sogno diveniva estasi. Strinsero il corpo, ognuno dell’altro, ognuno in contesa. la piccola betulla si piegò per lanciargli stringhe di sole. Johanna gli ricordò la promessa “Niente più fughe.”, ma Henry dimenticava presto. Arrossendo di vergogna per il suo altrove, fluttuava sul mar nero seduto sull’asse di legno dentro la vecchia barca di suo padre, aveva i remi da governare e una cicatrice sul braccio. Con gli occhi chiusi, un gesto sedimentato, mentre la tempesta portava via il tetto della sua casa immaginaria, un graffio sulla fronte, le mani bruciate dai ghiacci del polo nord, aveva fame e così bisbigliò all’orecchio “Sai, ho sognato una enorme nuvola d’argilla, era precipitata dal cielo ed io ne raccoglievo un pezzo per ridurlo e mettevo la polvere in una clessidra. Ho amato questo sogno fatto di cadenze, tu non eri lì eppure sulla pelle sentivo forte l’odore dei tuoi capelli appena lavati. Tenendo in mano le chiavi di casa ma la casa non esisteva.”. Passò il vento, l’erba tagliata del giorno prima sfiorò entrambi, sulla schiena sentirono i graffi di quel mostro, erano avvinghiati sulla cima del precipizio. Il mare a trecento metri sotto di essi sbatteva gli scogli, procurava ferite, ascoltavano le grida salire il dirupo e divenire veleno di medusa. Bruciava, si, il suo dell’arpa menata dai tremori. La città di pietra, piccola a due chilometri dal mare, piccola quanto Henry Lee, piccola e tranquilla, piccola e grigia. I tetti neri di ardesia prosciugavano il sole senza spargerne una sola sillaba. Solo le ombre tagliavano i muri. Johanna l’incapace per sua stessa affermazione, incapace di tensione e d’intenzione. Amava quella casa fra terra e mare, amava Henry Lee. Ma lui non sapeva se l’amava, a lui piaceva stare con lei, disegnava di notte sui fogli e di pomeriggio dipingendo passava le ore. Nulla finì perché nulla era mai iniziato. Le radici ben conficcate nel terreno. Lei sapeva tenergli testa, lei apprese a stendersi al suo fianco. Restando insieme come acqua e vento si dispersero, sbiadendo al caldo sul vetro muto. La casa, essa soltanto sentì la loro mancanza.

(Tutte le similitudini creano scompiglio !)

PS: racconto nato come costola della canzone Henry Lee di Nick Cave


Rocce e Mare  –  Paul Gauguin 

https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Gauguin?wprov=sfsi1

Informazioni su franzpoeta

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