Chemin de pierre 

Camminando per i vicoli di Napoli, comincio a chiedermi di dove viene tutta quella pietra di tufo. L’immagino tenuta insieme dal cemento, dal sangue di questa gente sempre presente qui, viva e morta. Guardo bene i vecchi palazzi, antichi forse è meglio, tenuti fra loro dai fili dei panni stesi ad asciugare. Chissà quanti ne cadrebbero senza tutti quei fili messi di traverso e tutta questa gente seduta quieta in strada ad aspettare fuori da un negozio dai muri sgarrupati o sotto l’ombrellone di un bancariello della grattachecca. Vado sulla pietra lavica, nera e lucente, forse calda per questi spilli di sole infilzati fra i palazzi, forse falsa perché è fatta de la lava del Vesuvio. Mentre infilo un vicolo e poi un altro, mentre faccio il conto degli scaloni, mentre la gente guarda il mio girovagare, mentre cerco di immaginare tolta l’erba e le cartacce: penso alla mia poca memoria delle cose ricordate con precisione, al dovermi segnare i nomi delle svolte, vorrei segnare i nomi delle famiglie sugli androni dei palazzi e fuori dalle porte blindate messe fuori dai bassi, ma non scrivo, non segno, faccio solo qualche foto sparsa, sparute, perché qui più dei nomi bisognerebbe ricordare le azioni buone e cattive e tenerne da conto e farsene carico. Faccio solo un appunto, vago dentro questi posti accostati a via Toledo. I bassi, i vascie in napoletano, ne ha scritto perfino Eduardo De Filippo, sono le case messe al piano terra, le case della gente povera, le case dentro cui posso sbirciare mentre passo a passo lento e guardo e sono guardato da tutta sta gente come fossi un turista, in fondo lo sono perché non abito in città ma in provincia, subito fuori, e non sono più di uno aggiunto. Sono uno come tanti in cerca del sentirsi napoletani soltanto passando o venendo a vivere in città, ma non proprio qui, non proprio nei bassi sempre in cerca di sole. Tanti vengono a vivere a Napoli ai piani più alti, vivere perché a qui non c’è l’abitare ma soltanto il vivere. Vivere che è sentire, ascoltare, per farne parte, per diventare uno di loro, ma napoletani non si diventa. Molti vanno a vivere nei piani più alti, troppo vicini al cielo, troppo lontani dalla terra, dalla pietra di lava, e dal mare, e immaginano di essere uno di questa gente. Gente perché persone sarebbe usare troppa confidenza, dovrei conoscerli, per me resta gente. Può sembrare mancanza di rispetto ma è il contrario, sono anche Io gente per loro. Persona è quel ragazzino, quando ha visto il mio scattare una foto al suo cane sporto dalla portafinestra s’è fatto da parte, o meglio s’è nascosto, per poi prendere il cane perché l’aveva seguito e mettersi in posa insieme. È come se avessimo parlato, giusto il tempo di un grazie. Immagino il mio come un gesto di cortesia, uno di quelli compiuti senza un secondo fine, giusto, pacato, per far capire a queste persone di non dover sempre prendere a morsi la vita. Perché qui è ora e sarà sempre una dimensione parallela dello stare al mondo, perché è quello che rende questa città unica. Una città dalle mura di tufo, dalle strade di pietra lavica, dalle fondamenta fatte con l’impasto della pizza. All’improvviso spunto su via Chiaia, adesso il sole non è un intruso ma padrone, ci stanno i negozi qui, ci sta la gente a passeggio, è più rumorosa, soltanto questo. Avrei voluto scattare una foto alla poltrona di pelle messa al lato di un vicolo, vecchia e consunta, con sopra uno scolorito biglietto per i netturbini, messa lì in attesa…
(Ho scritto così, da notte fonda fino a quasi mattina, le parole sono venute una appresso all’altra, ma lente, come se avessero preso il proprio tempo. Ecco, il tempo, molto è dimenticato, più che dimenticato è disperso, giusto il tempo di tornare punto e a capo. Tanto resta non detto, tutto resta in sospeso!)


Quartiere San Ferdinando – Napoli

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Amo gli sguardi. Napoletano emigrato a ovunque sia.
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