Je suis là

Quando sei in volo osservi i confini del cielo,

limpido, azzurro, con poche chiazze nuvolose.

Sali con lo sguardo fino ad ammirare la linea ideale,

tracciata fra la fine e l’inizio di un blu intenso,

guardi quel quadrato di cielo e immagini lo spazio

infinito, lo spazio fatto di stelle e pianeti, altre forme di vita

magari proprio uguale alla nostra,

ma non è scuro, è intenso, e il resto puoi solo immaginarlo

in cerca della notte a venire. Riesci a sentire quella tensione

di poter toccare il cielo lì oltre il vetro, ma è lontano.

Sposti gli occhi nello scorcio di finestrino,

giù giù, fino a riuscire ad osservare la città,

vederla svanire lentamente, tanto lentamente

da pensare di poter scendere e rimanervi,

ma sei in volo e chiudi gli occhi per riposare,

per distaccare l’attenzione dai giorni trascorsi,

per essere lì dentro consapevole della direzione.

All’improvviso sei lì, sguardo attento, oltre, sempre,

fino a sentirti parte dell’aereo, fino a sentirti parte di qualcosa

sospeso fra due sogni, un tempo di veglia infinito.

Cominci a formare storie, a credere nelle nuvole

immerse nel mare, alle isole sospese nel cielo,

fino a comporre forme astruse della loro funzione.

Un fiume diventa serpente, una piccola isola un drago,

figure ancestrali, fantastiche, montagne

più belle dei bassorilievi d’Oriente, e quel mare…

ovunque è l’uomo e il suo pensiero basta uno scorcio di mare

e il resto per un attimo svanisce!, anche attraverso un vetro,

anche se a migliaia di chilometri, puoi vederne le onde,

puoi sentirne l’odore, puoi quasi immergervi la mano.

Perché è tutto così vicino, è tutto così lontano.

Non resta altro da stare lì seduto, la cintura allacciata,

e vedere, e guardare, e osservare, finché il mare finisce

ed inizia la terra, allora per un momento chiudi gli occhi,

pensi di serrarli bene, prendi tutto il mare, i serpenti, i draghi,

le nuvole, dentro, ancora più dentro, ben chiusi.

Soltanto dopo ritorni, continui a guardare,

vedi altre montagne e colline e boschi, vedi le case piccole

quanto i tuoi giochi da bambino. Osservi la discesa dell’aereo,

la senti nelle scosse delle lievi turbolenze,

guardi quelle piccole case diventare un po’ più grandi,

guardi le automobili passare sulle strade

e, soltanto allora, cominci a renderti conto della vita dentro,

dentro le case, dentro le auto, dentro l’aereo

dove sei stato fino a quel momento come sospeso.

Uno steward chiede di aprire l’altro finestrino,

quello poco più indietro, allunghi la mano

e in un attimo il viaggio finisce.

Il rumore delle ruote contro l’asfalto l’atterraggio, è certezza,

certezza del viaggio compiuto, del prossimo da intraprendere…


Mer Méditerranée

Informazioni su franzpoeta

Amo gli sguardi. Napoletano emigrato a ovunque sia.
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