La Prochaine fois

La strada è una irriducibile trasparenza, c’è il percorso da seguire e il paesaggio ai lati. Alberi verdi e forti, campi in semina e arati. A perdita d’occhio, la vista arriva a vedere il confine del sole, la strada prosegue, appaiono case ferme nel tempo. Normandia. Pietra su pietra, foglia su foglia, metro su metro. Castelli lontani, a volte troppo alla vista, antiche storie di cavalieri e di fanti affacciano alla mente, nuove, appena inventate. Non c’è arrivo ma soltanto sabbia e mare, un po’ del calore solare, i piedi immersi in una mistura di rena, conchiglie, tanti piccolissimi pezzi di corda a ricoprire il bagnasciuga e alghe al contatto coi piedi, insieme formano una consapevolezza. Tutto viene e tutto ritorna dal mare. Ascolto i gabbiani e il mare, come in una gara di canto dove vince soltanto chi sta lì e cammina, dove non vince nessuno perché si è parte di una immensa orchestra. Muovo i piedi, le onde inseguono piano, carezzano quasi, aumentano il passo, risalgono le gambe, l’alta marea. E l’odore del mare, il sapore del sale sulle labbra, il tiepido ardire di questo sole nascosto dietro un nugolo di nuvole. Ascolto il canto dei gabbiani, ne ho fata di strada, ho cambiato città, ho camminato in questa città, sono, fra i vicoli stretti getto uno sguardo per vedere un muro di parapetto oltre il quale c’è il mare, non lo vedo ma sento la sua presenza nel canto dei gabbiani. Città in punta di mare, in punta di scoglio, in punta di piedi. C’è silenzio, vado per i vicoli diretto in centro, vedo le vetrine dei negozi ma è ora di chiusura. Attraverso la strada, sulle strisce bianche, bianche come le cabine di un’altra spiaggia fatta più di scogli che sabbia, andando vedo il casinò e i bar, poche persone e tanto silenzio. L’aria è fresca, l’estate è un sentire di prossimità, in attesa dei vacanzieri, gli stanziali accolgono sul viso quanto viene, anche le rade gocce di pioggia. Risalgo le scale, come se non fosse la prima volta, ad ogni rampa guardoil mare, sempre più oltre il muretto e la sabbia e gli scogli, sempre più unito al cielo, come se il limite fosse annullato. Forse non è mai esistito, o è estinto dopo un’era geologica in cui gli uomini vivevano in pace con questo gioco di luci e ombre, con questo immenso mare e immensa terra di cui io calpesto e lambisco le punte estreme. E poi sono sveglio, seduto sul divano, come nulla fosse accaduto, mentre tutto è ancora qui.
C’è un momento, la sera, in cui a Montmartre la vita sembra fermarsi, dura un tempo infinito ma forse meno del farneticare di un ubriaco; le persone poggiate ai davanzali, dando le spalle alla città, fumano bevendo un bicchiere di vino, le parole corrono veloci sulle labbra mentre il calare del sole diventa notte, soltanto allora le urla per strada, le auto infilate nelle vie fra i palazzi, le moto d’ogni grandezza e modello, tornano a sfrecciare. In questo scambio di vita i viaggiatori notturni fanno sogni tanto reali da poter essere raccontati, in me sorge il prepotente pensiero di quanto ho viaggiato, è poco, neanche ancora un respiro.

Sponde di Normandia – Gustave Coubert
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Gustave_Courbet

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Amo gli sguardi. Napoletano emigrato a ovunque sia.
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