Un racconto piccolo piccolo…

Era ancora buio quando ho aperto gli occhi, quando li ho richiusi, quando rigiravo nel letto come su uno spiedo alimentato dai miei sogni. Troppo casino dentro, così sono sveglio, cerco di mettere a fuoco cosa ho visto nel sonno ma non riesco, di sicuro qualcosa ha urlato, o qualcuno. Ora l’alba ha preso il suo posto, è giorno, un giorno mancante di sole. Così iniziano i miei ricordi di ieri, no, ieri il sole era alto nel cielo e caldo, l’ho sentito mentre passavo sul ballatoio. Cosa ho fatto ieri, ho sorvolato Parigi, inventandomi tutte le strade dove non sono ancora stato. È uno strano stato quello dell’immaginazione, tutti i bistrot erano situati agli angoli delle strade, agli incroci, davano su piccole piazze, avevano le stesse insegne illuminate soltanto dalla luce naturale o dei lampioni, gli esterni di un verde cupo o di un rosso altrettanto cupo, ampie vetrate, poche persone fuori e dentro, il cuore batteva forte quando guardavo gli interni, i banconi color mogano, due camerieri girare per i tavoli, l’oste dietro il bancone, una ragazza seduta ad aspettare. Ma io ero lontano, a circa due metri, a mezz’aria sorvolavo una città ideale dai vicoli dai toni grigi, forse i sogni hanno sempre dei contorni scuri, una tinta opaca delle nostre emozioni. Avevo gli occhi aperti e sognavo. È venuta l’ora di pranzo, ho mangiato delle verdure cotte e altro. Mangiare è la mansione più intima della giornata, anche quando siamo insieme agli altri. Io ero solo ma in fondo lo siamo tutti per più tempo di quanto crediamo. Sono stato a Palermo, ieri, ho visitato quella città barocca, almeno così l’ho immaginata, dai palazzi bianchi le piazze larghe. Sono andato al mercato, il viavai di gente incessante, come il frastuono delle voci dei mercanti per richiamare la clientela. Fuori si fa largo il giorno ed io immagino la mia Palermo di ieri, seduto in cucina dopo un bicchiere di latte e tre biscotti. Immagino la spiaggia, gli scogli, guardare da lontano senza alcuna intenzione di avvicinarmi, guardo dalla terrazza mentre attorno a me circola ancora musica ma non l’ascolto. Lo sciabordio delle onde domina le congiunzioni della mia mente, sono disperso nel chiarore dell’alba, non sento la stanchezza anche se non ho dormito. È una immaginaria pecca di attenzione per quanto ho vicino, in ragione di quanto sento più vicino ancora. Forse lo spazio non ha importanza, è tutto invariabilmente occupato dai nostri desideri. È passato Uno a prendermi, ieri, potrebbe essere anche nessuno o centomila, siamo andati su strade conosciute, siamo stati a vedere un’ammasso di pietre e ferro, siamo tornati a casa, dalla mia ha continuato verso la sua. Risalendo le scale penso alla visita così veloce, eppure è durata anche troppo. Suonano le campane mentre scrivo, il rumore è assordante, disturbante, non voglio sentirlo eppure sono obbligato, a cosa serve questo?, forse a spegnere il sognare, o il pensare, per risvegliarsi e andare andare a capo chino in un luogo chiuso e austero ad ascoltare la parola di un uomo ripetuta da un altro uomo. Ieri, dopo aver cambiato abiti per rimettere di più comodi, più distesi, dal pomeriggio fino a sera ho verniciato le inferriate dei balconi, al lume tenue di una lampada ho finito. Per vedere tutte le imperfezioni stamattina. Ieri, mentre verniciavo, ero a Firenze, ho sentito l’arrivo in stazione del treno, ho sentito il rumore metallico degli scalini nella discesa, scorgevo i palazzi attraverso le porte, le varcavo e davanti avevo una larga strada e un’altra più piccola dalla quale arrivavo alla piazza più vicina. Attraversavo la piazza, c’era il sole ieri a Firenze, costeggiavo le case, più alte, più basse. Si dovrebbe essere sempre il più di qualcosa e mai il meno. Navigo in modo sconnesso, adesso come ieri, da ponte vecchio a piazza della signoria, rivedo la giostra, il battistero, le statue imponenti, cammino costeggiando l’Arno, guardo nelle vetrine degli orefici, vedo gli artisti di strada fra cui pittori e giocolieri, la fila per entrare agli Uffizi. Sorrido, indosso dei jeans una camicia ed un paio di scarpe comode.
(Il passato e il presente si mischiano, si amalgamano, fino a formare il futuro!)

La persistenza della memoria – Salvador Dalì

Informazioni su Francesco Quaranta

Amo gli sguardi.
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