Introfonia d’un viaggio

Arrivo, sono le 3:14′, suona la sveglia, è inizio. Fuori il buio getta la luce di lampione nella stanza, la finestra ha tende sottili. I dubbi calpestano i sogni o li rendono reali, la forma è sostanza. Attraverso la casa silenziosa, anche i gatti non fanno le fusa. Sento il crepitare della pioggia sul tetto, da un manto grigio.Sono in stazione, il biglietto in tasca, il freddo mattutino sul viso, le pesanti gocce di pioggia battono la pensilina, arriva il treno sferragliando, immagino vada a carbone tanto è il rumore, sento un’epoca andata entrare dalla porta dei miei pensieri. Apro la porta dello scompartimento, salgo, cammino, sono sei posti, noi siamo in tre e li occupiamo tutti, dormendo. A scatti, tra sonno e veglia, guardo il buio divenire chiarore, l’alba scambiarsi il posto col giorno, distese di nuvole accompagnano il treno, c’è silenzio, e lo sferragliare, siamo in tre e occupiamo sei posti. Guardo il filare del paesaggio, le colline tramutarsi in montagne, i ruscelli divenire fiumi, il verde lussureggiante lasciare il posto al terreno brullo o ai campi. Arrivo, tante anime sulla banchina, camminano come treni sui binari delle loro vite, ascoltano i piccoli sogni. In uno schematico senso di marcia, come filari di viti stese sotto al cielo in balia degli eventi. Esco dalla stazione, entro in un’altra, la metropolitana unisce i miei stati mentali al viaggio, cammino fino alla porte scorrevoli, oltrepasso lo stato di sogno. Solo adesso capisco di portare il mio trolley, nell’incertezza di un rifugio lo trascino come ostaggio, amico fedele di già tanti viaggi. La strada è una scala di ferro, un ponte sospeso sopra le strade di ferro del treno, sono io il treno e cammino lungo un binario tappezzato di pezzi di carta in legatura di spago, svolazzanti al vento leggero. Ne raccolgo uno fra le mani, reca stampate parole francesi, l’accolgo come una premonizione. Ascolto il rumore dei miei passi, sopra una stesa di verde prato e ruggine illuminato ed in ombra. Scendo le scale, altre, svolto sul grigio cemento, ad ogni paletto una poesia, fogli bianchi, scritte nere, parole degne di colori sgargianti, sinuose come un arcobaleno fra le nuvole. Il temporale resta sospeso fra un passo e uno sguardo. Lascio più indietro la città, i palazzi alti e maestosi e grigi, dalle finestre socchiuse con riverberi di cielo nei vetri. Due ragazze cesellate dalla loro giovinezza, dai cuori palpitanti di gloriose energie, un artista il tempo. Riporto i miei passi fra le vie larghe, le strisce pedonali, gli incroci di strade e binari dei tram, di persone ancora persone. Ancora una strada, un ultimo sentiero da seguire, una donna distesa rivolta al cielo odorosa di profumi dolci, di spezie, la periferia di Milano, dai negozi e bistrot contornati di poesie, anche prima dei fogli, ancor più adesso. Ultimo incrocio, ultimi metri, entro e nel cortile declamano intense parole, ricordo i profumi incontrati, i visi sfilano davanti in un ordine bizzarro, vecchi stranieri in visita e bambini, donne e ragazze, uomini. Incontro nuovi amici sconosciuti, quali resteranno per mia mancanza. Supero le porte a vetri, vado dai vecchi amici, saluto, parliamo, io più ascolto. Sono giunti tutti dove desideravano arrivare. Ho già lasciato il trolley in una stanza, ma non il piccolo bagaglio con le mie parole scritte. Passa il tempo, torno nel cortile, pochi minuti, chiamano il mio nome, vado in faccia il mondo, di pochi sguardi ai quali sfuggo, parlo incespicando sulla mia stessa memoria, sui versi, fra i righi bianchi, lungo gli applausi, non tanti. Tante sono le parole degli altri, ascolto giusto il tempo del mio passaggio fra loro. Ho di nuovo un treno da prendere, rifaccio la strada a ritroso, arrivato sul ponte stacco dal pezzo di spago, vandalicamente, le parole francesi, devio il mio percorso verso altri binari, arrivo in stazione, c’è gente, folla dentro cui riprendo a respirare, tanti sguardi, nessuno soffermo su me. Biglietto alla mano, occupo il mio posto nel treno, all’ultima fermata, prima della mia, vedo una coppia orientale andare via, il loro cammino è più lungo del mio, in questo raccordo fra viaggi. In attesa del prossimo.
(L’immaginazione migra fra le spoglie di un meraviglioso andare! Napoli-Milano-Torino in un giorno!)

Informazioni su Francesco Quaranta

Amo gli sguardi.
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