Le premier jour

Quattro ore di sonno, come al solito. Faccio una doccia, per lavar via le ore di sonno di dosso. Da certe vestigia è semplice staccarsene. Un jeans comodo, la camicia di ieri, scendo giù in strada, rue de Maraichers. Salgo, la via è lievemente in salita, svolto su rue de Pyrénées e poi smetto. Smetto per un po’ di dar nomi alle strade, osservo le case e le persone, in estreme sintonia. Sintonia musicale, soprattutto nella lingua. Prendo la direzione, Notre Dame, sempre dritto, almeno per qualche chilometro. Le case sono mattoni e vetro e ferro e legno, tanto simili ma per nulla uguali a quelle di Napoli. Stessi tetti alti, più inclinati verso il cielo. Foubuorg Saint Antoine, incrocio boulevard Voltaire, respiro l’aria fredda, c’è un odore differente, di baguette appena sfornata. Continuo a camminare, Parigi è immensa eppure tanto piccola, la città è mia oggi, in questa solitudine benefica. Cambio percorso, devio verso la piazza in lontananza, passo attraverso un piccolissimo parco, a terra pochi centesimi e il tappo di una bottiglia di birra, non guardo qual è il nome della piazza, ritorno sui miei passi, sulla mia strada, un po’ più avanti. Nel tempo di un circolo di pensieri arrivo a Place de la Bastille. Delle antiche carceri neanche un ammasso di macerie, solo un pilastro con una statua d’oro alla sommità. L’obelisco della Bastiglia, verde smeraldo, scritte in oro, non sono andato tanto vicino ma debbono essere di valore. Del valore dato agli uomini. Giro, la piazza, l’angolo di strada, stavolta è in discesa, nessun nome, tutte le strade di cui non ricordo il nome hanno il mio, silenziosamente. Dall’altro lato c’è un piccolo negozio di libri, dalle porte verdi, la tettoia verde, i banchi scuri, forse grigi, e poi tutti i colori dei libri, a partire dalle copertine per proseguire con ogni sfumatura di ogni singola parola. Vado avanti, attraverso, cambio strada, solo l’idea della direzione è uguale, Notre Dame. Arrivo ad una piazza, prende lo sguardo un edificio enorme, aperto, sbircio per vedere i treni dall’altro lato, Gare de Lion. C’è sempre un treno dal quale salire o scendere, arrivo o partenza che sia. Proseguo attraverso uno snodo di strade, un intrico di incroci, costeggio la Senna maestosa e cheta dai lievi contorni dorati alla luce del sole. Oggi è una bella giornata, semplicemente. Attraverso il pont d’austerliz, dall’altro lato ho lasciato una foto, ho fotografato una ragazza nel suo fotografare i barconi-case stesi nel fiume, l’ho fotografata solo con la mente. Il semaforo è rosso, io attraverso dopo aver appena dato un colpo d’occhio ai lati, altre strisce, altro semaforo, Jardin de plantes. Guardo appena e perdo, perdo il senso della grandezza, è immensità nell’immensità di Parigi, pochi metri, torno sui miei passi, riprendo la mia direzione, costeggio ancora lo scorrere lento dell’acqua nel suo letto di fiume. Piccoli chioschi di libri, fra due di essi una targa commemorativa, un eroe della libertà, resterà senza nome qui adesso, perché la libertà non dovrebbe mai avere eroi. C’è un altro ponte in lontananza, ad una ragazza chiedo, col mio francese incerto, se è Notre Dame lì davanti…
Osservo la magnificenza campeggiare sull’isolotto e dividere le acque, con egualità e la libertà delle cose. Sono vicino, pochissimi metri, nel parco antistante. Non ha l’imponenza descritta da Victor Hugo, così ho letto da qualche parte, note senza significato per me ora, perché forse ho ancora in mente quel tratteggio per osservare con occhi imparziali. Finisco di scrivere e vado via, tornerò verso il Jardin de plantes, forse andrò a Place d’italie. Ed è solo mezza giornata.

(Questo è il racconto del mio primo giorno e probabilmente non ne farò altri, perché l’unica descrizione di questa città è per ognuno sua personale…!)

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Foto mia di Notre Dame

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Amo gli sguardi. Napoletano emigrato a ovunque sia.
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