1 2 3 Stella

“Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse.”
Questa notte sono di pattuglia, io vigilante notturno, io, un insegnante di storia. Vigilante notturno, insegnante di storia. Tutto si confonde in questa notte a metà. Metà nuvole metà stelle. L’unica certezza è la lezione di domani sulle guerre puniche. Il desiderio di tornare a casa è forte, mentre cammino lungo il viale male illuminato. Il fascio di luce della torcia a malapena lascia allo sguardo le erbacce sul marciapiede. Incespico. Sono solo stanotte. È mezzanotte, prima delle due non potrò andare a dormire, i miei piccoli attendono. Il mio “collega”, Mike, semplicemente non s’è presentato, e domani ho la prima lezione, e odio fare il turno quando la sveglia suona presto. Notte tranquilla, come sempre, è davvero inutile questo corpo di vigilanza di quartiere.
Raccolgo le chiavi da terra, apro la porta ed entro, richiudo alle mie spalle. Scendo gli scalini, scricchiolano, ormai per me è un suono abituale, senza neanche alzare lo sguardo premo l’interruttore. Il muro è umido, lo sfioro con la mano e l’odore entra nelle narici come diretta conseguenza. La luce è gialla sul grigio stantio del pavimento. Ascolto i lamenti venire da dietro me, nel sottoscala. Davanti ho l’enorme tavola ricolma di vasetti da confettura, ne accarezzo uno e poi un altro. Scorro la mano alla ricerca di uno vuoto e per il piacere di farlo. Fuori sento la pioggia forte e improvvisa, quasi vedo le grosse gocce cadere sulla tettoia, dalla finestra socchiusa entra l’odore umido di verzura. All’angolo del tavolo trovo, metto la mano in tasca, tiro fuori dall’involto una ciocca di capelli, la lascio cadere, chiudo. Il lamento diventa una voce infantile riflessa nello specchio delle mie paure. Stanotte è l’ultima, novantanove vasetti, novantanove ciocche.

Passo davanti casa di Mike, tutto tranquillo, vedo la luce dello scantinato accesa, vado alla porta, suono, risponde Mike ma la sua voce è lontana, diversa. Aspetto, nessuno apre, resto fuori spazientito, busso di nuovo, la voce di Mike è un farfuglìo. Sono preoccupato, dò una spallata alla porta, non cede, con furia agito la maniglia, subito sale la sorpresa di scoprirla aperta. Entro. Di fronte a me un quadro funesto, la tela ritrae una città presa dalle fiamme. Da sotto la porta dello scantinato esce del fumo, questa è chiusa, con fare febbrile cerco fra le chiavi sul tavolino, provo, nessuna apre, prendo il telefono e chiamo soccorsi…

“È una gioia appiccare il fuoco. È una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Questa volta ho atteso sette anni, ho cacciato le mie piccole prede ovunque andassi, al tramonto nei parchi…”

… Sono in ospedale, fisso il muro e i miei pensieri. Al poliziotto alla porta chiedo se sà qualcosa dei miei cani e un giornale. New York Times: La Cantina degli Orrori, hanno ritrovato dei resti in una buca dietro il sottoscala. La casa è bruciata, io ero nel giardino, le ustioni sono minime. Dentro brucia aver vissuto tanti anni vicino ad un mostro e dovergli la vita.

… La borsa è pesante quando la prendo dal rullo, dalle vetrate dell’aeroporto entra il sole della California. Qui il mio nome sarà George. E sono pronto a continuare il mio cammino.
Incipit dal romanzo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury 

Informazioni su franzpoeta

Amo gli sguardi. Napoletano emigrato a ovunque sia.
Questa voce è stata pubblicata in Poesia. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...