Una Storia Incolore

All’inizio i nuovi proprietari dicono di non aver mai fatto caso al pavimento del salotto. L’hanno visto mille volte, certo, ma non ci hanno mai fatto caso. Non la prima volta che hanno visitato la casa. Non quando quello dell’agenzia gli ha fatto fare il giro. Loro si sono limitati a prendere le misure delle stanze spiegando agli operai dove piazzare divano e pianoforte, e poi hanno portato dentro le loro cose, ma senza mai fare caso al pavimento del soggiorno. Questo è quello che dicono… dai loro letti della clinica psichiatrica. I loro amici raccontano di una famiglia felice, trasferitesi in periferia, perché aveva fatto fortuna, in quella vecchia casa tanto a lungo rimasta disabitata. Passata da proprietari in proprietari, tutti durati pochi mesi, tutti legati dal senso di malessere fisico e morale, guance scavate e paure inconsce. Finché non decisero di cambiare quel parquet logoro e macchiato. Continuano le ricerche, del corpo del loro bimbo, si giudica improbabile ritrovarlo vivo.Questo è l’estratto, rielaborato, d’un diario ritrovato in un vuoto nell’angolo del pavimento:

“Cadde, un vaso, lo sentii, discendendo le scale in fretta, sull’ultimo scalino, un pezzo di ceramica mi trafisse il piede sguarnito di pantofole, mi ritrovai a terra. Dolorante, sanguinante, ormai con altri pezzi conficcati nei palmi. La veste da camera e il pigiama di flanella mi avevano protetto, abbastanza da garantirmi solo dei lividi. Mossi le braccia, come volessi smuovere l’aria, spazzando via i detriti. Puntellai i gomiti e facendo forza, anche morale, mi rialzai. La luce della luna entrava dalla finestra nel salotto, quel riverbero arrivò fino a me smorzato dalle tende smosse dal vento, un vento flebile quanto il mio respiro in quel momento d’autentica emozione. Sentivo pervadere la mente, il corpo in fremito, il cuore tremulo in sussulti, l’anima se ne avessi avuta una. C’erano macchie di sangue ovunque, sul pavimento, sul bavero del pigiama e della veste da camera, sul pavimento, mischiato ai cocci. In gocce separate, definite, in rapida processione, fino ad arrivare al divano, ove io non ero ancora andato. Chi mi avesse visto in quel momento mai mi avrebbe distinto da una statua, tanto era il pallore sul mio viso. Con lentezza irreale mi strappai dai palmi tutto ciò vi aveva attecchito, come contro il mio volere, mi diressi verso la finestra aperta, abbassandomi sul tavolino poggiato al tramezzato, aprii un cassetto invisibile quasi e ne trassi delle garze. Mi avvolsi le mani, aggirai il divano e di schianto mi si sedetti. Le forze mi mancavano, malgrado l’apparente autocontrollo. Guardai in giro, i miei quadri, miei perché li avevo dipinti, invenduti, i mobili dei miei avi, il sangue sul pavimento, ormai quasi asciutto e scuro, più scuro. E il sangue non mio, non vi pensai più. Con lentezza, stavolta misurata dai propositi, spostai i mobili e il divano, ci misi un paio d’ore e fu mezzanotte quasi. Traversai il corridoio, la terza porta sulla destra era lo sgabuzzino, ci tenevo le provviste su uno scaffale, a terra detersivi e gli attrezzi da pittore mancato. Cominciai a marcare i tratti sul pavimento, già tanto spaventevoli in quanto ogni angolo ove sforzavo la mano era appuntato da una goccia di sangue. Mischiai il nero e il bianco e vi dipinsi, e di rosso e nero e a tratti d’argento…”

Sembra inghiottirti, quella pietra brunita congiunta con l’antro, quel pozzo ove anime urlanti, si strusciano si contorcono e suppliziano vicendevoli, anime sanguinanti e spaventate da volti di bestie su corpi di bestie, quasi umane. In un continuo di dolori e orge immonde, fra risa tanto vere da frastornare la mente, fra pianti e urla da fermarti il cuore. Ti senti preso e battuto, punzecchiato, frustato e frustrato da tutto questo, li senti inseguirti mentre ti volti per uscire, quando credi siano passati pochi minuti e sei li da almeno un’ora. Guardi questo dedalo di strade alle pendici, le vedi condurti a foreste nere ove occhi di fuoco ti chiamano, ti lanceresti lontano da loro, ti avvicini ammaliano e l’osservi, scorgi i contorni di volti, alcuni familiari. Terrorizzato ti muovi, soltanto con la mente, cerchi di respingere quelle braccia protese attraverso piante, simili a tronchi bruciati, simili ad altre anime contorte, protese verso il cielo, un cielo che tu non scorgi. Lo immagini nero altrettanto. Se non stessi lì, sospeso su quella parete di vetro ad un paio di metri, messa apposta per farti osservare, nella casa divenuta quasi un museo, l’ultimo capolavoro del pittore F. M. D., ti lanceresti in quel falso vuoto, mediti di farlo, io stesso, giornalista d’arte, ne ho avuto il desiderio quasi ossessivo. Senti di dover abbracciare quelle bestie e di condurti nei loro giochi crudeli verso le anime. Un quadro sul pavimento, F.M.D. lo fece coprire il giorno dopo, dal suo diario è chiaro sia quello antecedente la sua morte. Venne ritrovato con la gola squarciata, nel suo sgabuzzino.
(L’incipit viene dal romanzo “Ninna Nanna” di Chuck Palahniuk)


Orfeus nos Infernos- Guilherme de Santa-Rita

https://pt.m.wikipedia.org/wiki/Guilherme_de_Santa-Rita

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Amo gli sguardi. Napoletano emigrato a ovunque sia.
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